Il 26 maggio 2015  il divorzio breve è diventato operativo: non sarà più necessario attendere tre anni dall’udienza presidenziale di separazione, ma sarà sufficiente un anno da tale data e solo sei mesi nel caso di separazione consensuale.
In precedenza, per la richiesta di divorzio, era previsto che trascorressero tre anni dalla comparizione delle parti alla prima udienza di separazione, indipendentemente dal fatto che la separazione fosse stata giudiziale o consensuale, purché ovviamente la separazione fosse stata definita (con l’omologa in caso di consensuale e con sentenza passata in giudicato in caso di giudiziale).

La riforma, da applicarsi anche ai giudizi in corso, interviene sulla durata di tale termine, accorciandolo a sei mesi in caso di separazione consensuale e a un anno in caso di separazione giudiziale; sulla sua decorrenza, anticipandola (in caso di separazione consensuale alla data del deposito del ricorso congiunto e, in caso di separazione giudiziale, alla data della notifica all’altro coniuge del ricorso).
Il legislatore non ha avuto il coraggio di introdurre nel nostro ordinamento il divorzio immediato, ovvero senza il previo passaggio attraverso la separazione, ma si  è limitato a ridurre il termine del cosiddetto ripensamento , previsto ai tempi dell’introduzione della legge sul divorzio (all’inizio era di cinque anni, poi ridotti a tre con la riforma del 1987) al fine di favorire la riconciliazione dei coniugi e scongiurare il divorzio.
Sotto il profilo pratico, in caso di separazioni consensuali, stante l’anticipazione della decorrenza del termine al deposito del ricorso e la sua riduzione a sei mesi, si avrà spesso, se non sempre, una coincidenza tra il momento dell’omologa della separazione e il momento in cui si potrà depositare il ricorso per divorzio. Ciò renderà ancora più incomprensibile l’iter obbligato di separazione e divorzio per il cittadino che vorrà addivenire, a conclusione della propria crisi coniugale, al divorzio.
Va considerato che una parte significativa di separati non chiede mai il divorzio; è ragionevole pensare che, per una parte dell’utenza, ciò sia dovuto ai costi e alla complessità dell’iter imposto dalla legge per ottenere il divorzio.
Quanto alle separazioni giudiziali, di durata spesso superiore a un anno, va da sé che la riduzione del termine a un anno comporterà che, a fronte della pronuncia della separazione in corso di causa e del suo passaggio in giudicato, la domanda di divorzio verrà proposta quando sarà ancora in corso la causa di separazione sulle questioni accessorie (affidamento dei figli, mantenimento dei figli e del coniuge eccetera; si parla in questo caso di sentenza non definitiva, perché non definisce il giudizio), il che provocherà una sovrapposizione di giudizi. Il legislatore, conscio di ciò, ha previsto che la causa di divorzio dovrà essere assegnata al giudice della separazione.
È evidente tuttavia che tale sovrapposizione di giudizi provocherà, oltre che una congestione dei tribunali, una più complessa gestione dell’iter giudiziale con cui addivenire al divorzio.
L’introduzione del divorzio breve fa il paio con le modifiche apportate dalla legge 162/2014, che ha introdotto la negoziazione assistita per i procedimenti di separazione e divorzio.
La disciplina prevede che tramite la convenzione di negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte) i coniugi possano raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione o divorzio precedentemente stabilite.
La procedura è applicabile, sia in assenza che in presenza di figli minori o di figli maggiorenni, incapaci, portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.
Nel primo caso, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è sottoposto al vaglio del procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, se non ravvisa irregolarità, comunica il nulla osta agli avvocati.
Nel secondo caso, invece, il pm, cui va trasmesso l’accordo concluso entro 10 giorni, lo autorizza solo se lo stesso è rispondente all’interesse dei figli. Qualora, al contrario, il procuratore ritenga che l’accordo non corrisponda agli interessi della prole, lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, il quale, nel termine massimo di trenta giorni, dispone la comparizione delle parti, provvedendo senza ritardo.
Una volta autorizzato, l’accordo, nel quale gli avvocati devono dare atto di aver esperito il tentativo di conciliazione tra le parti informandole della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, è equiparato ai provvedimenti giudiziali che definiscono gli analoghi procedimenti in materia.

Chiedere è lecito, rispondere è cortesia.

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