A volte i social network vengono utilizzati per scopi assai diversi da quelli ipotizzati dai loro padri fondatori. Ed è così, che nella prassi, i social network vengono ampiamenti utilizzati per "farsi un'opinione". Nulla di strano visto che i social network vengono equiparati a piazze pubbliche. Ma cosa succede se ad utilizzare i social network in questo modo sono i datori di lavoro?

 

Se da una parte i social network vengono utilizzati molto spesso con superficialità per rilasciare dichiarazioni, giudizi e opinioni anche sui propri colleghi, sul capo o sui prodotti che l' azienda commercializza, illudendosi di  vivere in mondo anonimo, dall'altra c'è la legge 300/70 che vieta al datore di lavoro di “effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore” e di fare “uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori”  (artt. 8 e 4 dello Statuto dei Lavoratori). 

Sembrerebbe emergere un contrasto tra la legge Privacy e lo Statuto dei Lavoratori; la social privacy da una parte e il diritto del lavoro dall'altra. In realtà, se andiamo ad analizzare i contesti, non si può parlare di contrasto ne di violazione della privacy, perché la pubblicazione di un commento, una foto, un "mi piace" o ,ancora, un retweet, non sono altro che un'espressione pubblica del nostro pensiero e fuori dal nostro controllo.

La facilità con la quale molti lavoratori usano i social network, può portare a sanzioni gravi anche estreme come il licenziamento. Se infatti il lavoratore utilizza gli strumenti aziendali (pc, telefonino, tablet, smartphone) per navigare in internet e addirittura per lasciare commenti negativi sul capo o l'azienda, i rischi di un licenziamento per giusta causa sono molto alti.

Ma i problemi non rimangono confinati al solo rapporto di lavoro, perché altre spiacevoli conseguenze si possono avere qualora l'ex dipendente condivida sul proprio profilo informazioni riservate (in violazione dell'obbligo di riservatezza) oppure svolga attività in concorrenza con l'ex datore di lavoro rilevabile su social network come linkedIn (in violazione in un eventuale patto di non concorrenza).

I social network, quindi, sono strumenti molto pericolosi (soprattuto per i lavoratori pocco accorti) e andrebbero utilizzati sapientemente. Non condivido le scelte di quelle aziende che vietano l'acceso ai social network per incapacità di gestione del proprio personale. Viviamo nell'era della socializzazione digitale e non è credibile una politica aziendale che vieti l'accesso a strumenti come i social network. La cosa migliore da fare è dotarsi si apposite policy aziendali, che disciplinino l'uso di tali strumenti e magari sappiano convergerli per perseguire obiettivi aziendali comuni.

Chiedere è lecito, rispondere è cortesia.

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